L’evoluzione del rapporto tra uomo e natura: dal “pianeta dei balocchi” all’adorazione per la natura

Se vogliamo parlare di evoluzione del rapporto tra uomo e natura, non possiamo non dire che, prima e durante la rivoluzione industriale, in quello che si può definire “il pianeta dei balocchi”, l’idea di opporsi al disboscamento, con conseguente conversione del paesaggio rurale ad uso abitativo o industriale, sarebbe stata incomprensibile, mentre oggi è ideologia condivisa tra le persone comuni e razionali che adorano la natura, non ancora per gli speculatori economici.

Il Re e i grandi proprietari terrieri potevano tenere foreste e parchi come riserve di caccia e di legname, ma nell’ Inghilterra dei Tudor la creazione di aree protette come i moderni parchi naturali sarebbe parsa assurda, come anche la creazione di strutture quali i moderni zoo e acquari, con animali che non si possono cacciare ne tanto meno mangiare. Allora vigeva la concezione letterale del vecchio testamento ed il compito dell’uomo, nelle parole della Genesi era quello di “popolare la terra e sottometterla a se: di abbattere i boschi, dissodare il terreno, cacciare i predatori, uccidere gli animali nocivi e prosciugare le paludi.

L’Eden è descritto come un paradiso predisposto per l’uomo, nel quale Adamo aveva il predominio concessogli da Dio su tutte le cose, convivendo in pace con gli animali perché probabilmente l’uomo non era carnivoro e gli animali erano mansueti, con il peccato originale, però, i rapporti mutarono. Ribellandosi a Dio, l’uomo fu privato del suo facile predominio sulle altre specie e la terra degenerò. Dove prima c’erano soltanto fiori e frutti crebbero spine e cardi, il suolo si riempì di sassi e divenne meno fertile, comparvero le pulci, le zanzare ed altri insetti molesti. Molti animali si ribellarono al giogo dell’uomo e divennero feroci, cominciando a combattere tra loro e ad attaccare il loro vecchio padrone.

Solo dopo il diluvio universale, Dio instaurò nuovamente l’autorità dell’uomo sul mondo animale:

“Il timore e il terrore di voi sia in tutte le bestie selvatiche e in tutto il bestiame e in tutti gli uccelli del cielo. Quanto striscia sul suolo e tutti i pesci del mare sono in vostro potere. Quanto si muove e ha vita vi servirà  di cibo”(Genesi 9,2-3).

Il Diluvio Universale, particolare della Cappella Sistina in Vaticano – Roma.

Questa teoria del mondo creato per il bene dell’uomo, trova facile giustificazione anche negli scritti dei filosofi classici come Aristotele, il quale scriveva che la natura non ha fatto nulla di inutile e che le piante erano state create per il bene degli animali e gli animali per il bene dell’uomo, i domestici per lavorare e i selvatici per essere cacciati. È proprio dagli scritti come questi che si sviluppa l’antropocentrismo, il fine di tutte le opere di Dio, libero di agire indisturbato sulla terra, un vero e proprio pianeta dei balocchi con risorse illimitate a sua disposizione.

L’agricoltura stava alla terra, come il cibo cotto alla carne cruda, essa trasformava la natura in civiltà, terre incolte voleva dire uomini rozzi da civilizzare, tanto che, come ci riporta John Locke, è nel 1.600 quando gli Inglesi arrivarono nel Massachusetts una delle giustificazioni da essi adottate per l’occupazione del suolo indiano fu la seguente:

“coloro che non assoggettano ne coltivano la terra non hanno il diritto di impedire ad altri di farlo”.

Stessa giustificazione anche con gli Irlandesi che, nel 1610, secondo Sir Jhon Davies, non erano riusciti a sfruttare le loro terre:

“quindi né la politica né la coscienza cristiane possono tollerare che un paese tanto bello e fertile resti sprecato come un deserto”.

Non risulta difficile capire lo stupore e il disprezzo provato dai viaggiatori occidentali quando riferivano che le religioni orientali avevano un atteggiamento totalmente diverso e che buddisti e induisti rispettavano la vita degli animali e persino quella degli insetti.

Leonardo Da Vinci: l’uomo vitruviano

La tradizione religiosa dominante in occidente non tollerava quelle venerazioni della natura ancora vive in molte religioni orientali, diversi scienziati le definivano uno scoraggiante ostacolo al dominio dell’uomo sulle creature inferiori.

Nel periodo anglosassone la chiesa cristiana in Inghilterra si era opposta al culto delle fonti e dei fiumi, le divinità pagane dei boschi, dei corsi d’acqua e delle montagne erano state scacciate e avevano lasciato dietro di se un mondo privo di incanto, tutto da formare, modellare e dominare.

Nel 1967 lo storico americano Lynn White jr ha descritto il cristianesimo come la religione più antropocentrica che il mondo abbia mai conosciuto e il breve articolo in cui incolpava la chiesa medioevale degli orrori dell’inquinamento moderno è divenuto quasi il testo sacro degli ecologisti moderni .

La tesi del prof. White, però, è facilmente criticabile in quanto i Romani dell’epoca pre-cristiana hanno sfruttato le risorse naturali molto più dei loro successori cristiani e l’adorazione della natura da parte dei giapponesi non ha impedito l’inquinamento industriale del Giappone, né quantomeno la sfrenata caccia alle balene. I problemi ecologici non sono specifici dell’occidente, poiché l’erosione del suolo, la deforestazione e l’estinzione di intere specie animali sono avvenute in parti del mondo in cui la tradizione giudaico-cristiana non è influente, come in Cina. Addirittura in uno scritto del 1632 si sostiene che gli indiani d’America avessero dei miti che sancivano l’autorità divina dell’uomo sulla natura, in quanto Dio aveva fatto un uomo e una donna e aveva ordinato loro di vivere assieme, di avere dei figli, di uccidere cervi, animali, uccelli, pesci, volatili e quel che volevano a loro piacere.

L’antropocentrismo quindi non era una caratteristica peculiare dell’Europa Occidentale. Come osservò Marx, non fu la religione, ma l’avvento della proprietà privata e dell’economia monetaria che spinse i cristiani a sfruttare il mondo naturale come mai prima; fu quello che egli chiamava “il grande influsso civilizzatore del capitale” a segnare definitivamente la fine della “deificazione della natura”.

All’inizio del ventesimo secolo la devozione per una forma di vita rurale era una caratteristica esclusiva delle classi superiori inglesi, che per secoli avevano avuto la casa in campagna poiché la loro ricchezza si fondava su un’agricoltura fortemente capitalizzata. La pratica dell’agricoltura e l’amministrazione delle tenute erano gli interessi principali della gentry e i suoi membri praticavano gli sport di campagna, come il polo, e avevano un interesse addirittura maniacale per i cani e i cavalli, erano spesso dilettanti di storia naturale e progettarono consapevolmente un paesaggio rurale destinato contemporaneamente al profitto e allo svago. Questo sentimento, comunque, non era confinato alle classi superiori, ma comune tra molti membri della prima nazione industriale.

Man mano che si moltiplicavano le fabbriche la nostalgia dei cittadini per la campagna si rifletteva nei giardinetti delle loro case, negli animali da compagnia, nelle vacanze in Scozia o nel Lake District, nel gusto per i fiori di campo e in fine nel sogno di una casetta in campagna nella quale trascorrere il fine settimana. Che il pensiero della natura e della vita rurale sia o no tipicamente inglese, certamente all’inglese di città è piaciuto pensare che fosse tale e certamente gran parte della letteratura e della vita intellettuale del paese hanno manifestato una tendenza profondamente anticittadina.

In particolare G.M. Trevelyon aveva una visione profondamente pessimistica dello sviluppo, egli sosteneva che sino alla fine del 1700 le opere dell’uomo non avevano fatto altro che accrescere la bellezza della natura, da allora però, il peggioramento era stato rapido. La bellezza per lui non era più il prodotto di fatti economici ordinari e l’unica speranza stava nella conservazione di ciò che ancora non era distrutto. Membro attivo del National Trust, contava su questa istituzione per la conservazione di “tutto ciò che è bello e solitario in Inghilterra” perché sosteneva che “senza un contatto con la natura incontaminata gli Inglesi perirebbero spiritualmente.

Ebbene, osservando le statistiche sulla criminalità nel mondo si può notare che gli indici maggiori si riscontrano proprio in quelle città metropolitane in cui il degrado dell’ambiente naturale in determinate zone è preoccupante, si pensi a le Favelas in Brasile giusto per un raffronto con i fatti di cronaca legati ai mondiali di calcio.

L’interesse per l’ambiente naturale e l’inquieta riflessione sui rapporti tra l’uomo e le altre specie animali sono da considerarsi fenomeni relativamente recenti, fu infatti tra il 1600 e il 1900 che si ebbero tutta una serie di trasformazioni nel modo in cui uomini e donne percepivano e classificavano il mondo naturale che li circondava e nacque un nuovo modo di sentire nei confronti degli animali, delle piante e del paesaggio.

In questi anni, l’antropocentrismo, sia dotto che volgare, si scardina sotto i colpi del sapere scientifico che dette il via alla nascita della Storia Naturale, derivata dalla sapienza popolare, poiché all’ epoca gli unici ad avere una buona conoscenza del mondo naturale che li circondava non potevano che essere i lavoratori della terra.

Erbario. Historia naturalis. Credits Valentina Muscedra e Sara Castelluccio

Il sapere volgare fu fatto proprio dalle classi superiori della nuova elite naturalista, che pensò di sostituire la vivace nomenclatura dialettale con l’introduzione della terminologia latina, elevando così lo stato dell’arte e dando inizio alle ricerche scientifiche riguardanti le allora trascurate e sminuite bellezze del mondo. Inizia così un’ammirazione per la natura e per le altre specie viventi, comprese le etnie umane ritenute sino ad allora inferiori, che andranno ad arricchire i musei della Londra imperiale.

Nel corso di questi secoli sorsero quei dubbi e quelle inquietudini, ereditate oggi in forma ingigantita, sul rapporto tra uomo e natura, che hanno portato l’uomo a razionalizzare e mettere in discussione la sua supremazia sulle altre specie viventi, sino al nascere dell’interesse per gli animali da compagnia (mantenuti per ragioni non utilitaristiche).

Ai giorni nostri, invece di continuare a distruggere foreste e a sradicare alberi, un numero sempre crescente di persone ha iniziato a piantare alberi e a coltiva fiori per pura soddisfazione personale, nascono orti sui balconi e si sta diffondendo in modo molto veloce quello che viene chiamato “guerilla gardening” ovvero operazioni rapide e al margine della legalità in cui attivisti ambientali rinverdiscono con piante e fiori aree urbane degradate.

L’opinione pubblica manifesta la voglia di un ambiente più naturale e sempre più politici dedicano attenzione alla tematica, la preoccupazione  che dietro la realizzazione di eventi green, la pubblicizzazione di iniziative e progetti ecologici non ci siano solo puri e semplici fini propagandistici volti ad ottenere il consenso per operare in silenzio su altri fronti spesso in contrasto netto con quelli promossi, come per esempio ritengono i comitati della Campania che si oppongono alla volontà politica di effettuare bonifiche, poiché ci vedono dietro solo un’altra opportunità  di business per chi ha lucrato alimentando la nota questione conosciuta con l’appellativo “Terra dei fuochi”. Così come l’opinione pubblica è divisa in riferimento alla figura di Greta Thunberg, la giovane attivista che sta portando alla ribalta la tematica a livello globale indicando l’inizio di un’adorazione della natura 2.0.

Una nuova elite internazionale vuole riappropriarsi del sapere popolare riguardo al mondo agricolo con l’introduzione di nuove terminologie anglosassoni e l’immissione sul mercato agricolo di prodotti selezionati da un uomo che è ancora convinto di poter disegnare il mondo a suo uso e consumo oppure siamo prossimi alla Storia Naturale 2.0?

La religione che ruolo gioca oggi in questo rapporto uomo/natura? Potrebbe sentirsi minacciata dall’idea che si possa tornare a venerare le pagane divinità della natura?

Lo scritto non vuole dare conclusioni, si riporta giusto una cronostoria del pensare riguardo all’argomento per sapere se gli interrogativi posti meritano una risposta.